Dal libro di Emilia De Rienzo – Star bene a scuola si può? – Ed. Utet Università
Ogni diversità è una ricchezza
Ogni individuo ha bisogno di appartenenze e di riferimenti, ha bisogno di riconoscersi e di sentirsi riconosciuto. Nasciamo e cresciamo all’interno di una comunità a cui pian piano sentiamo di appartenere.
Siamo riconoscibili a partire proprio dalla nostra nascita, dalla nostra appartenenza o meno ad un gruppo sociale. E per determinate nostre caratteristiche, possiamo essere soggetti a pregiudizi. Un bambino adottato, per esempio, può dover superare, più di altri, una serie di ostacoli per sentirsi inserito all’interno della propria famiglia e in seguito all’interno del contesto più ampio di appartenenza.
Quando, infatti, sente finalmente di appartenere ad una famiglia in quanto si prende cura di lui, questa sicurezza a volte può vacillare di fronte al non riconoscimento esterno dell’«altro».
A scuola si trova a dover affrontare le domande, le curiosità o le richieste degli insegnanti e dei compagni e può trovarsi in difficoltà nel dare una spiegazione della sua situazione: il genitore non è presente ed è lui che deve trovare le parole per rispondere.
Avrà difficoltà a raccontarsi perché è difficile per i bambini capire che al mondo siamo tutti diversi se non è l’adulto ad insegnarglielo e se non è l’adulto a fargli comprendere che ogni diversità contiene in sé una ricchezza. Se i bambini non sono abituati a capire, ad accettare e valorizzare la diversità, nei momenti di conflitto e non solo, la stigmatizzeranno.
Questo, come lui stesso ci dice, è capitato ad Anthony, perché adottivo, perché indiano, perché portatore di una storia diversa e sofferta, ma capita a molti altri bambini, a tutti quei bambini e ragazzi che non possono o non riescono a omologarsi agli altri: ai bambini di colore, ai figli di immigrati, ai figli di separati, ai bambini che hanno un solo genitore, a un bambino handicappato, a chi non corrisponde a quell’«ideale di bambino» che solo merita la nostra considerazione e attenzione.
Non è la diversità ad essere un problema, ma come la diversità viene recepita, in che contesto il bambino si trova quando si deve porre davanti agli altri con il suo peculiare modo di essere.
Di come accogliere i bambini a scuola si è parlato molto in questi ultimi anni. All’inizio di un ciclo scolastico si parla spesso di «fare accoglienza», di preparare cioè una serie di attività che presentino la scuola come un luogo che attrae e che non respinge. Si organizzano, allora, feste, esposizioni, spettacoli quando c’è per esempio il passaggio dalla scuola elementare alle medie. Ma dobbiamo stare attenti a non mistificare il significato di questa parola.
L’accoglienza, infatti, non deve essere un’attività che ha un inizio e una fine, ma deve permeare tutto il nostro modo di fare scuola. Ed allora perché la scuola diventi luogo di accoglienza bisogna diventare «accoglienti». «Essere accoglienti» è un modo di essere, mentre «fare accoglienza» è appunto mettere in atto delle attività fine a se stesse.
Accoglienti, quindi, dobbiamo essere noi insegnanti che dobbiamo prepararci o meglio predisporci ad accogliere tutti i bambini: adottivi, affidati, stranieri, handicappati, tranquilli, meno tranquilli per vederli semplicemente come bambini da conoscere e da cui farsi conoscere.
L’accoglienza dei primi giorni deve veramente rendere visibile quello che accadrà durante tutto il percorso dell’anno. Il bambino deve percepire subito cosa l’insegnante vuole costruire insieme a lui.
Ognuno, infatti, vorrebbe sentirsi accolto per quello che è, nella sua diversità e peculiarità, nei suoi limiti e nelle sue potenzialità. Dovrebbe sentire che non ci sono pregiudizi, che chi li accoglie è disposto a guidarlo, ad accompagnarlo nel suo cammino di crescita.
Proprio il bambino più difficile, con una storia alle spalle più problematica, dovrà capire che il posto, dove è entrato, è un posto speciale dove anche lui, che si sente a volte «triste, arrabbiato, solo», senza spesso neanche capire fino in fondo perché, troverà un luogo caldo e disponibile ad ascoltarlo, ad ascoltare non solo quello che sa, ma anche quello che sente.
VI
La vita dei figli adottivi è come spezzata in due
Che il bambino non sia dunque una scatola vuota, ci è chiaro, che se ne tenga conto forse molto meno.
La vita dei figli adottivi è come spezzata in due: quella prima e quella dopo l’adozione
Sara, che oggi ha ventiquattro anni ed è stata adottata a sette, dopo un periodo di affidamento e vicende molto travagliate racconta:
«Quando sentii che dovevo portare una mia foto da neonata, che io non avevo, provai un momento di gran panico. Cosa avrei portato io? Cosa avrei detto agli altri? Tutti erano contenti di quel lavoro, ed io provavo una gran rabbia con tutti quei bambini che avevano potuto godere la loro infanzia con i loro genitori. Mi sentivo sola, senza famiglia, senza un passato. Litigai furiosamente con un mio compagno per una stupidaggine, arrivammo alle mani: arrivò la maestra e fui messa in castigo. Quando mia madre venne a prendermi, la maestra la chiamò e le raccontò il fatto»1.
Perché questa reazione violenta? La foto rappresenta il «ricordo», è un documento importante della propria esistenza e per questo ha una valenza così emotiva e profonda. La fotografia nella famiglia è l’elemento visivo della nostra storia: quella presente e quella lontana dei nonni e dei bisnonni. Il genitore sfoglia l’album e intanto racconta al figlio la storia della famiglia, i ricordi che legano gli uni agli altri. Gli fa vedere com’era lui da piccolo, i suoi primi passi, cosa faceva e via dicendo. Così si collegano e intrecciano i fili che tengono uniti i vari momenti della propria esistenza.
L’album di fotografie del bambino adottivo non comincia dalla nascita o, come accade oggi sempre più spesso, addirittura dalla prenascita, il suo album comincia dopo: dalla sua adozione che ha per lui il significato della rinascita. Quel «prima» che non compare rappresenta quello che spesso viene percepito dal figlio adottivo come «il buco nero», una parte della sua vita di cui molto spesso lui sa poco o niente e che comunque costituisce un problema. Sara si trova a scuola a dover rispondere a delle domande sul suo passato, a confrontarsi con la storia degli altri, a dover ripercorrere tappe dolorose della sua vita. Non ha fotografie da portare a scuola della sua infanzia e questa mancanza mette a nudo anche di fronte agli altri il suo vuoto affettivo. Non sa nominare il suo disagio, e allora risponde con l’aggressività. Nessuno capisce perché si comporta così.
Ancora più complessa può essere la situazione del bambino nel caso di un’adozione internazionale, le cui radici affondano anche in un paese lontano, diverso per cultura e, a volte, colore della pelle.
Questo esempio ci fa capire come ogni nostro intervento nella classe non è asettico, ma può avere, come in questo caso, risvolti emotivi forti che non sempre sono facili da decifrare, perché difficilmente un bambino in difficoltà sa dare parola alla sua sofferenza, sa chiedere aiuto.
Nel bambino preso in giro potranno crearsi sensi di inferiorità, momenti di aggressività o addirittura l’autoesclusione dal gruppo.
L’essere figli adottivi è uno dei tanti esempi in cui la diversità può essere stigmatizzata, può essere motivo di esclusione o di chiusura in se stessi, può creare lontananza, distacco dal mondo a cui, invece, si vorrebbe appartenere. come ci spiega molto bene Andrea:
«Quando ero bambino non avevo nessuna difficoltà a dire che ero un figlio adottivo. I miei mi avevano insegnato che essere figli adottivi era la stessa cosa che essere figli biologici. Io non sentivo la diversità, anzi per me era una cosa bella. Poi alcuni miei compagni hanno cominciato a prendermi in giro e a dirmi che io ero senza famiglia, che mia mamma non era la mia mamma vera. Non ho avuto il coraggio di parlarne agli insegnanti, anche perché li sentivo distanti, non mi ispiravano confidenza. Da quel momento sono diventato più prudente e non ho più parlato così facilmente della mia adozione» 2.
Ma questa distanza che può diventare emarginazione, esclusione è ciò che sente ogni bambino che entra in un gruppo che non sa accogliere l’altro diverso da sé.
In questo tipo di gruppo ognuno potrà imparare a vivere solo rinunciando a se stesso, se riuscirà a omologarsi o a mimetizzarsi rinunciando così alla costruzione di una sua propria identità.
Andrea vivendo in famiglia non si sentiva un figlio «diverso» dagli altri, anzi l’adozione era qualcosa che rendeva la sua vita unica. Lo scontro con il pregiudizio degli altri compagni, la «lontananza» degli insegnanti, la loro incapacità di essere vicini al ragazzo frantuma quella sua sicurezza, Andrea si ritrae, evita di parlare di sé, si chiude agli altri ed elude in questo modo il problema.
Ma la stessa cosa succede a tutti quei bambini la cui storia famigliare non corrisponde ai canoni considerati «normali»: ai figli di genitori separati, a chi vive solo con la madre, ai figli di immigrati…
VII
Come si pone la scuola di fronte ai cambiamenti che ci sono stati nella famiglia?
Edoardo era apparentemente un bambino sereno, pieno di buona volontà, come diciamo noi insegnanti, attento e pronto a rispondere durante le lezioni.
Poi un giorno si opera di appendicite, un’operazione di routine che però apre in lui una ferita più profonda. Da quel momento, infatti, avviene un cambiamento.
Torna a scuola e ogni giorno accusa dolori alla ferita, ha paura che si riapra e si fa venire a prendere continuamente dalla mamma. Ogni giorno la stessa storia come un rituale. Parlo allora con la mamma. Lei è preoccupata, perché il bambino non ha più assolutamente nulla dal punto di vista medico, è stato sottoposto a tutti gli accertamenti e sta bene. Si chiede perché continua ad aver male. Le propongo di non portarlo più a casa, di lasciarlo a scuola per aiutarlo a superare questo momento.
Decidiamo insieme di provare e di vedere cosa succede. Lei parla al figlio, gli fa presente che non può sempre interrompere il lavoro e lo prega di rimanere comunque a scuola. Lui rimane, ma appare sempre sofferente. Gli dico di stare tranquillo in classe, ormai hanno appurato che non corre pericoli.
Nel dopo mensa lo chiamo da parte, lo faccio sedere vicino a me. Lui si tiene con la mano la ferita. Ti fa male? gli chiedo. Sì, sono preoccupato. Di cosa? Che mi si apra. La ferita dell’operazione? Non è possibile! Cosa c’è che non va, Edoardo? Puoi parlarne se vuoi. No, è la ferita che continua a far male, ribadisce. Quale ferita? Lui per un po’ tace, guarda per terra, poi finalmente mi dice: mio padre. Mio padre non è neanche venuto a trovarmi in ospedale. Ho capito che a lui non importa nulla di me. È questo che ti fa male? Sì, tanto. Gli prendo la mano e gli dico: allora è questo il problema che dobbiamo affrontare. Sì, è questo… Mi racconta che suo padre è separato dalla mamma da quando lui aveva un anno, che si è rifatto un’altra famiglia e di lui non si preoccupa più. Questo gli fa male. Quella ferita ti farà ancora male, ma tu devi andare avanti, devi ugualmente costruirti la tua vita. Lui mi guarda: non è facile, mi dice. Lo so, ma ce la farai, datti il tempo. Piange, un pianto liberatorio.
Come si pone la scuola di fronte ai cambiamenti che ci sono stati nella famiglia? Ai figli di divorziati, alla sempre più comune convivenza di bambini con un unico genitore?
Come si pone di fronte a tutti i bambini che esprimono bisogni e carenze? Ai bambini di famiglie immigrate? Ai figli adottivi e a quelli affidati?
Oggi le famiglie sono molto diverse una dall’altra ed è difficile definire dei modelli ideali di famiglia. Gli insegnanti sanno rispondere in modo adeguato a questo problema oppure sono ancora legati a vecchi stereotipi?
Quando un bambino presenta delle difficoltà o di apprendimento o di comportamento, nel momento in cui si viene a sapere che è un figlio adottivo o che i genitori sono separati o immigrati di fatto succede, ancora abbastanza spesso, che gli insegnanti dicano «Ah, ecco perché…!».
Si individua, quindi, nella diversità l’origine di ogni problema e facilmente si smette di interrogarsi, si chiude il discorso invece di aprirlo. È come se l’insegnante a quel punto ritenesse di aver poco da fare. Quante volte si dice «Ma se non c’è la famiglia…», «Se ci sono problemi così grossi a monte…»: come se la nostra funzione specifica non esistesse, come se noi non potessimo in qualche modo contribuire alla crescita e alla maturazione di quel bambino, di quel determinato bambino coi suoi problemi e con le sue difficoltà, con la sua storia.
Accogliere e accompagnare il bambino così com’è, vuol dire accettare i diversi modi di essere figlio, vuol dire accettarlo con la sua individualità, con le sue peculiarità e mettersi in cammino con lui, da qualunque parte si incominci.
VIII
La scuola come luogo di incontro
La famiglia, anche quando non presenta particolari problemi, oggi sta attraversando momenti difficili. Ricerche recenti hanno messo in rilievo l’inesistenza di ambiti di socializzazione e di confronto.
Le famiglie, prevalentemente, sono sole, mute, senza interlocutori significativi e possono essere a rischio proprio perché è andata sfaldandosi la sua vecchia rete di sostegno: sono finiti i rapporti di vicinato che hanno intaccato il sentimento di appartenenza ad una comunità, che poteva soccorrere chi era in difficoltà. Sempre di più i bambini convivono con adulti stressati, troppo stanchi, troppo presi dai problemi che la vita gli pone.
La nuclearizzazione delle famiglie, inoltre, l’incompatibilità tra gli orari del lavoro e l’adempimento delle funzioni di genitori producono spesso solitudine infantile.
Molti bambini si portano dentro ferite di cui non siamo a conoscenza, di cui neanche i genitori ci parlano, perché loro stessi incapaci di riconoscerle o di affrontarle.
È troppo comodo dire che, se non c’è la famiglia, noi insegnanti non possiamo fare niente. Proprio per questo, semmai, dobbiamo fare qualcosa. Non possiamo dimenticare che metà della giornata, quando non di più, i ragazzi la passano con noi. A volte la famiglia attraversa momenti delicati, difficili. Siamo noi, semmai, insieme ai servizi sociali, che dobbiamo fare qualcosa. Altrimenti l’alternativa è che un bambino, un ragazzo, dovrà cavarsela da solo.
Cosa fare? È difficile trovare una ricetta. Ricordo un’insegnante che avevo incontrato a un corso di aggiornamento. Mi aveva detto che lei aveva trovato uno spazio che chiamava «Parliamo insieme». Un’idea semplice che aveva portato molti bambini a sedersi vicino a lei e a raccontare o a raccontarsi. Questo manca nella scuola, spazi liberi dove incontrarsi come persone. Non dobbiamo dimenticarci che prima di essere insegnanti, alunni, genitori siamo persone che in qualche modo intrecciano le loro vite in un luogo che è sì il posto dove si va ad imparare, ma anche e prima di tutto dove si va a vivere e in cui ognuno entra con tutto se stesso.
Quando inizio un ciclo scolastico, io invito i genitori a venirmi a parlare dei loro figli e a conoscermi. Mi sembra un momento importante d’incontro e di conoscenza reciproca non ancora inquinata da quello che è il discorso privilegiato tra genitore e insegnante: il rendimento del figlio. Ho ritrovato in questi giorni una lettera che una mamma, invitata da me a quel colloquio all’inizio dell’anno, di suo figlio mi ha scritto. Ne riporto alcuni passi:
«Sono cosciente della situazione di Renato (che si protrae dalla terza elementare). In questi anni ce l’ho messa tutta per avvicinarlo allo studio… coi risultati che purtroppo conosciamo. La nostra situazione familiare attuale è di “assestamento”. Personalmente ho assunto per qualche anno psicofarmaci antidepressivi, mentre mio marito era lontano dalla famiglia; ma soprattutto mi sono reclusa in casa da qualche anno a causa di fobie ecc… Ed ora non ce la faccio a riemergere alla vita “normale”. In casa il mio dovere lo svolgo al meglio delle mie capacità attuali. (Pertanto la pregherei di non contattare servizi sociali o di altro genere, di cui abbiamo già fatto esperienza) (…). Se lo accetta posso contattarla telefonicamente o a scuola o…?».
Renato era un bambino dolcissimo, mi raccontava tranquillamente che sua mamma non poteva uscire ed era lui che andava a fare la spesa. Il papà da quello che si intuiva non era molto presente in casa. Della mamma, però, me ne parlava con affetto. Sentivo che in lui la sua presenza era importante, che era un riferimento saldo e positivo. Mi misi in contatto con lei e iniziammo dei colloqui telefonici. La signora ne fu molto felice. Parlavamo di suo figlio, e di questo Renato era molto contento. Pian piano mi parlò di lei, dei suoi problemi, ma anche dei suoi interessi. Ne risultò una donna ricca dentro. Le chiesi in seguito il perché di questa sua esitazione ad entrare in relazione con i servizi sociali. Mi disse che aveva provato a chiedere loro aiuto ma che si era sentita giudicata e non aiutata e non ne aveva tratto nessun giovamento. In seguito ho parlato, con il suo consenso, con l’assistente sociale e pian piano siamo riusciti a creare una rete di aiuto solidale da cui hanno tratto giovamento sia la madre che il figlio.
Quello che chiedeva quella madre era di non essere considerata solo per la sua patologia, ma anche per tutte quelle altre caratteristiche della sua personalità che erano sane. Era indubbiamente vero che lei era agoro-fobica, ma questo non le impediva di essere comunque una persona in grado di comunicare e di agire senza difficoltà per altri versi e in modo anche migliore di altri che quel problema non hanno. È come dire che se uno è muto, non può parlare, quando sappiamo molto bene che parlano solo usando un altro linguaggio. Sono gli altri che debbono aver voglia di capirlo.