Come la gabbianella “Fortunata” di Luis Sepùlveda (“Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”) anch’io sono la protagonista di una bella storia d’amore.

Non essendo stata riconosciuta alla nascita, sono stata affidata alle cure di un istituto religioso, in attesa di una mamma e di un papà tutti per me.

I miei genitori adottivi si volevano bene e desideravano completarsi nell’affetto di un bambino da amare. Dall’incontro di questi due bisogni è nata la mia famiglia!

Ricordo con rinnovata commozione il racconto del periodo che ha preceduto la mia adozione: l’incertezza dell’attesa, il nostro primo incontro all’istituto, la separazione temporanea dovuta a questioni burocratiche e, finalmente, la felicità del ritorno a casa insieme. I primi tempi non sono stati facili, a causa del mio pessimo stato si salute: non mangiavo nulla ed ero apatica e triste.

Ai miei genitori adottivi va riconosciuto senz’altro il merito di aver moltiplicato l’attenzione nei confronti delle mie esigenze, sviluppando una sensibilità particolare, vigile e pronta a cogliere nei miei comportamenti quelle che potevano essere delle comprensibili richieste d’appoggio e di rassicurazione. E così, grazie alla loro amorevole dedizione, sono come “rinata” per la seconda volta, aprendomi agli stimoli esterni con curiosità ed entusiasmo. La sensazione di essere stata desiderata ancora prima che accolta si unisce alla certezza dell’autenticità della relazione affettiva vissuta, indipendentemente dal patrimonio genetico di cui sono portatrice.

Il “vero” genitore non è chi genera un figlio, ma chi si prende cura di lui quotidianamente, aiutandolo ad esplorare il mondo, per consentirgli di “spiccare il volo” nei cieli della vita con fiducia e determinazione.