torna all’indice del Bollettino 1 2013

In ricordo di Carlo Maria Martini

Riportiamo qui di seguito uno scritto di Don Alberto Lesmo, figlio adottivo, attualmente Parroco presso la Parrocchia di Santa Marcellina a Muggiano Milano, a ricordo della figura del Cardinale Carlo Maria Martini, di cui riproduciamo  un suo importante pronunciamento, tratto da “Prospettive Assistenziali” n. 179/2012, “In materia di infanzia senza famiglia e di adozione”.

L’uomo della Parola al servizio del vangelo

La nostra città e diocesi ma il mondo intero hanno sentito con la perdita del Card. Martini un sentimento misto a dolore ma anche a gratitudine per tutto quello – e tanto ancora sarà da custodire, accogliere e approfondire – che ci ha donato con la sua testimonianza nella fede della sua vita dedicata a Dio, alla Chiesa e all’incontro con tutti: uomini e donne di diverse religioni, credenti e non credenti.

Chi come me è cresciuto da adolescente e giovane e poi come sacerdote con la guida di Carlo Maria Martini ha sentito sempre la sua voce e i suoi interventi come un vero e proprio punto di riferimento.

Anche negli incontri personali avuti con lui stupiva il suo atteggiamento di ascolto, di interesse per te che ti comunicava.

Quando lasciò la Diocesi per raggiunti limiti di età ci diede l’esempio di chi si fa un po’ di lato per accompagnare diversamente il cammino: la preghiera di intercessione, quel volersi mettere in mezzo per intercedere nella preghiera per la Chiesa e per il mondo.

Il Piano Pastorale “Farsi Prossimo” stupì tutti quanti per il modo con il quale si proponeva la dimensione irrinunciabile della carità alla vita cristiana e alla vita delle nostre comunità: non più fare qualcosa per gli altri ma vivere stabilmente la carità come amore per l’altro, prendendosi cura del fratello.

Ecco le sue parole quando nel 2002 lasciò Milano per Gerusalemme:

«Sono conscio di avere confidato soprattutto sulla parola di Dio, di essermi buttato fin dall’inizio in questa perigliosa impresa con la coscienza sì dei miei limiti e delle mie inadeguatezza ma pure con fiducia totale nella sua Parola. E questo perché sono cristiano e so di essere nato e sostenuto dalla Parola.

E a tutti, credenti e non credenti, vorrei ripetere che la sorgente del mio pensare e del mio agire ha voluto essere sempre, almeno nell’intenzione, la parola di Dio, in particolare a partire dalle Scritture. Ho anche cercato sinceramente di ascoltare la storia, gli eventi, le persone, tutti voi che incrociavo nel mio cammino: ho desiderato incontrare almeno idealmente tutti, ma soprattutto gli ultimi, i poveri, i bisognosi, coloro che sono nella sofferenza, i feriti della vita, i carcerati, gli umiliati e gli offesi. Avrei voluto fare molto di più e chiedo perdono a coloro che si fossero sentiti trascurati.

A tutti dico: amatevi gli uni gli altri, così vivrete nella giustizia, nel perdono e nella pace. Il nostro maggiore contributo alla pace in un mondo gravido di conflitti e di minacce di nuovi assurdi conflitti nascerà da un cuore che anzitutto vive in se stesso il perdono e la pace. Servitevi con amore a vicenda facendovi prossimi a tutti, perché chi rende il più piccolo servizio al minimo di tutti i fratelli lo rende non solo al mistero della dignità umana ma a ciò che la fonda, cioè al mistero di Gesù».

Oso pensare anche che tutto questo si possa riferire anche all’attenzione vera reale a chi è più piccolo, i bambini e ragazzi, che senza una famiglia, si trovano ai margini della vita sociale.

Una società che non si prende cura di chi è umiliato e offeso, non solo emargina al presente ma distrugge il proprio futuro, proprio in chi è più piccolo, come un bambino.

Grazie Eminenza per il suo coraggio, la fiducia che ha sempre saputo infondere in tutti, anche in noi preti, il dialogo, l’ascolto attento che rendeva ogni suo interlocutore il primo protagonista accolto dal suo sorriso, dalla sua curiosità.

In questi anni ci ha insegnato che vale la pena vivere il Vangelo, è l’unica cosa che conta.

Grazie, benedica tutti noi dal cielo e sempre ci accompagni alla Luce di quella Parola che ci ha insegnato ad amare e a custodire.

Don Alberto Lesmo

 

 

In materia di infanzia senza famiglia e di adozione

Messaggio indirizzato dal Cardinale Martini agli organizzatori del convegno europeo “Bambini senza famiglia e adozione: esigenze e diritti – Legislazione ed esperienze europee a confronto” (Milano, 15 e 16 maggio 1999) (1).

Le affermazioni contenute sono delle linee guida che tutti (Parlamento, Governo, Regioni, Comuni, operatori, ecc.) dovrebbero tener presente. Il Cardinale si esprime, infatti, in questi termini: «Seguo sempre con interesse le attività e le iniziative dell’Anfaa per promuovere la difesa dei diritti dei bambini, soli e in difficoltà, specialmente per trovare loro una famiglia in cui crescere. E rivolgo quindi un cordiale saluto a quanti parteciperanno al convegno europeo che si celebrerà a Milano il 15 e 16 maggio prossimo. Ritengo infatti importante far conoscere il prezioso servizio che la famiglia può offrire alla società mediante l’adozione e l’affido, pur se non è così facile aprire le porte di casa. Tuttavia il donarsi agli altri resta un principio da sostenere con forza e convinzione, e non è mai una partita persa. Oggi, più che nel passato, bisogna assicurare ad ogni bambino la certezza che non sarà lasciato solo e, nel contempo, è necessario garantirgli un’esperienza di regole, di ritmi affettivi, di quei legami continui che soltanto una famiglia è in grado di dare. Normalmente il luogo privilegiato in cui tutto ciò si può realizzare è la famiglia d’origine. D’altra parte sappiamo che, in diversi casi e per vari motivi, per tempi brevi o per tempi meno brevi, talora essa non è capace di attuare pienamente il cammino di formazione e di crescita del bambino. Ecco allora che l’impegno della sua educazione si fa dovere grave della società, soprattutto quando vengono a mancare le figure del padre e della madre, e non è nemmeno possibile contare su una rete di parenti, amici e conoscenti che intervengano con un sostegno adeguato.

«È in questi casi che l’adozione e l’affido familiare costituiscono un aiuto concreto proposto da qualcuno che ne ha disponibilità a chi in quel momento ne ha bisogno. L’esperienza ci attesta che tali forme di accoglienza, di solidarietà, di sincera e profonda condivisione possono ricostruire affetto, amicizia, rapporti di autentico amore. Mi preme anzi sottolineare l’esigenza, molto avvertita da coloro che vivono personalmente queste forme di accoglienza, di vedere riconosciuti la piena dignità e il valore della filiazione e della genitorialità adottiva quale filiazione e genitorialità vere. La maternità e la paternità non si identificano semplicemente con la procreazione biologica, perché “nato da” non è sinonimo di “figlio di”.

«La vostra lodevole associazione, anche mediante il prossimo convegno europeo, ha il compito di evidenziare quelle nobili esperienze che, mentre aiutano bambini in difficoltà, irradiano cultura di amore e di comunione».

 

(1)  Il convegno è stato organizzato dall’Istituto italiano di medicina sociale, dall’Anfaa (Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie), dalla Scuola dei diritti “Daniela Sessano” dell’Ulces e da Prospettive assistenziali